giovedì 27 settembre 2018

Caftano variopinto

"Fa che sia il tuo cuore a scegliere la meta, e la ragione a cercare la via"
(Proverbio Indù)




Giopika (Dav.)
 Caftano in sari indiana in misto poliestere, color porpora, arancio, arancio chiaro e avorio, con stampa floreale.
Giopika (Dt.)
 Modello ampio con scollo a barca e manica corta.
Giopika
 Tg. Unica
Lunghezza 71 cm

mercoledì 26 settembre 2018

Purple Rain

"Purple rain, purple rain
Purple rain, purple rain
Purple rain, purple rain
I only wonted to see you
Laughing in the purple rain"
("Purple rain" - Prince)




Varuni (dav)
 Caftano senza maniche in sari indiana in misto poliestere viola e viola scuro con disegno geometrico e particolari color oro.
Varuni (dt)


 Tg. Unica
Lunghezza 62 cm

Ricami di giunzione alle spalle realizzati a mano con perline in plastica trasparente viola, perline color oro opaco e foglie di ottone, lavorati con filo di pura seta color oro satinato.


Stesso modello realizzato in georgette siriana, al post Caftano siriano

mercoledì 5 settembre 2018

Metà Africa Metà Europa

"Africa, il sole le dune è Africa
lontana ma legata all'America
i riti tribali di stregoni cardinali
di ministri triviali è Africa"
("Metà Africa metà Europa" - Rino Gaetano)


Borsa da braccio a trapezio in patchwork di wax africano, proveniente da diverse nazionalità, e denim.
Juba

Juba
 Chiusura tramite cerniera lampo pressofusa arancione.
Juba
 Fodera interna in tela di cotone goffrato aracnione con tasca in denim.
Juba
Fondo rigido in PVC ondulato.
Dimensioni: 21x21x30 cm
Manici: 87 cm


Juba e Bangui
Interessante accoppiamento insieme all'astuccio Bangui realizzato con lo stesso patchwork.

mercoledì 29 agosto 2018

La tour Eiffel

"L'ispirazione non da preavvisi"
(Gabriel García Márquez)


L'ispirazione dalla storia crea sempre risultati interessanti.
La spettacolare immagine dell'indossatrice Lisa Fossangrives che allarga la gonna con passo di danza sopra i tetti di Parigi, sulla Tour Eiffel, risale al 1938; Lisa indossa uno stupendo abito in seta surah di Lucien Lelong, che anticipa la linea degli anni '40. E' da qui che nasce l'imput.

 Lucien (Dav)
Abito in sari indiana, tela misto poliestere seta, a stampa floreale rossa su base geometrica arancio e pesca. Ampia gonna lunga a mezza ruota, corpetto attillato e spalline larghe in stoffa pieghettata.
Lucien (Dt)
 Fodera interna in tela di cotone arancione, allacciatura tramite cerniera lampo laterale.
Lucien
 Tg. 40
Lucien

KOGAL

"La scuola è il nostro passaporto per il futuro, poiché il domani appartiene a coloro che oggi si preparano ad affrontarlo."
(Malcom X)


Nel Giappone di metà anni '90 del 1900 sono molte le sottoculture giovanili che si sviluppano e che colorano le vie delle città; una di queste è quella conosciuta con il nome di Kogal, che letteralmente significa "piccola ragazza" e che era molto in voga tra le ragazze attorno ai quindici - vent'anni.
Il termine Kogal, è un anglicismo derivante dalla parola "kogyaru", a sua volta abbreviazione del termine "kokosei gyaru"(ragazza delle scuole superiori), che deriva dall'unione delle parole 'gal', proveniente dallo slang inglese per intendere la parola 'girl', e dal prefisso 'ko' che se per alcuni significa 'piccola' per altri deriva dal termine 'kōtō gakkō' (scuola superiore).
Lo stile kogal, come il nome lascia ad immaginare, è molto legato all'abbigliamento scolastico, pur non essendo necessariamente ad uso unico di reali studentesse; infatti propone un riadattamento dell'uniforme scolastica (compreso il conosciutissimo 'fuku alla marinara'), in cui la gonna viene accorciata ed abbinata a grandi cardigans e maglioni sformati, zatteroni e ai loose socks (calzettoni larghi allentati di colore bianco che somigliano molto a degli scaldamuscoli).  Dal punto di vista estetico le kogal tendono ad occidentalizzare il più possibile il proprio aspetto schiarendosi i capelli di castano chiaro o biondo platino e sfoggiando una forte abbronzatura che va in netta contrapposizione con il trucco usato e fatto di ombretti color pastello (azzurro o bianco), rossetto chiaro e unghie finte e laccate.
Dal punto di vista delle abitudini, le kogal costituiscono un esempio lampante, e negativo, di consumismo esagerato poiché adorano tutto ciò possa concernere il divertimento e lo svago, dall'uso smodato di cellulari di ultima generazione e accessori firmati, allo shopping, il ballo (sono dedite al parapara, tipico ballo giapponese) e al purikura (dall'inglese 'print club' pratica che consiste nel farsi fototessere adesive ricche di effetti speciali, in apposite cabine). Oltre al sovvenzionamento economico offerto dai genitori, alcune Kogal erano solite ricorrere ad una forma di prostituzione (enjo kōsai) iscrivendosi presso agenzie di appuntamenti come 'accompagnatrici a pagamento'.
Storicamente le kogal originali, sorte nel decennio precedente, erano vere studentesse di costose scuole private non interessate alla moda ed alle ultime novità tecnologiche, che modificavano la propria divisa scolastica come segno di sfida alle autorità e che, per tale motivo, venivano cacciate dai collegi.
I principali luoghi dove era possibile incontrare numerose kogal erano, ovviamente, i centri commerciali dei distretti di Shibuya, Ikebukiìuro e Shinjuku di Tokyo.

Il termine con cui le kogal preferivano però identificarsi era il più generico Gyaru che, in generale, comprende una serie di differenti sottoculture spesso in competizione tra loro, che cambiano, nascono e muoiono al variare delle mode, e che si discostano dalle tipiche ragazze giapponesi che vestono e si comportano alla maniera più tipica e tradizionale. Caratteristiche comuni a tutte le sottoculture gyaru sono la pelle abbronzata, i capelli schiariti, il trucco pesante e chiaro, le unghie laccate e la passione per abbigliamento ed accessori alla moda che spesso vengono abbinati a tendenze kawaii (dal giapponese 'grazioso', 'carino' che comprende tutto ciò possa avere un aspetto fanciullesco) e provocanti. Se inizialmente il fenomeno gyaru era a solo di interesse giovanile, negli anni l'interesse si è esteso anche a fasce di età più avanzata, dalle studentesse universitarie, alle lavoratrici fino alle madri di famiglia.


sabato 9 giugno 2018

Borsa doubleface

"Estate di classe non sai essere per tutti,
sei discriminante tra i belli ed i brutti.
Sai darti solamente all'ariano ed al nudista,
stagione abbronzata, stagione classista"
('Estate' - I Nomadi)




Capiente borsa da mare double face in juta con spalmatura rosa e tessuto in poliestere bordeaux a righe ecrù.
Haiti

Haiti
Modello con manico ovale e angolo sfondato.
Dimensioni: 48x60 cm
Haiti

Haiti







martedì 5 giugno 2018

INDIE

"Con richiami post punk e no-wave il gruppo smantella la forma rock riducendola a spasmi infinitesimali che si alternano a eruzioni noiose, tuttavia molto slabbrate."


Verso la metà degli anni '90 tutto ciò che poteva essere considerato indipendente, dalla musica ai negozi, ai film e alla moda, veniva celebrato come elemento di rottura con la crescente uniformità a cui si stava abituando la società; ed ecco che lo stile Indie (appunto da 'indipendente') fa il suo esordio.
Questa nuova sottocultura si modella nelle nuove generazioni impegnate a ritagliarsi un percorso alternativo, individualistico ed indipendente lontano dalle tendenze principali del consumismo. Una delle maggiori espressioni di questo anti-consuminsmo, era la predilezione verso tutto ciò fosse stato realizzato a mano e acquistabile, possibilmente, presso mercatini dell'artigianato anziché nei negozi, perché solo il lavoro artigianale che traspariva da queste creazioni veniva percepito come il lato buono del consumismo in quanto non veniva divulgato un marchio già conosciuto, ma piuttosto uno sconosciuto e di nicchia.
Preso più in considerazione degli stili grunge e punk, forse perché più anonimo, meno sulla scena del coetaneo hipster, e privo delle acconciature, trucco e piercing degli emo, l'indie accoglie elementi di tutti questi stili, caratterizzandosi per la scelta di abiti di seconda mano, rovinati e scoloriti, un po' dandy, tradizionali e, talvolta, modificati da tagli e tinture fatte a mano per personalizzarli rispetto la massa. Gli articoli comprendevano gilet e camicie di flanella scozzesi, cappelli di feltro e berretti di lana, jeans aderenti, scarpe da ginnastica di tela (come le ora famosissime Converse), giacche di tweed, cravatte sottili, cardigan sformati, vestitini con stampe floreali, gioielli vintage, cappotti floreali, felpe con cappuccio e t-shirt stampate senza marchio. Era, in sostanza, un frullato di riferimenti e stili retrò e contemporanei coerenti solamente nel modo in cui venivano abbinati e nel fatto di non appartenere ad altre sottoculture più identificabili.
Come accennato l'etichetta indie veniva affiancata anche ad un certo tipo di musica e cinema indipendenti e d'avanguardia, estranei al fortissimo mercato delle multinazionali. In tal caso la scelta di indossare magliette con i nomi delle band indipendenti, come unico tipo di marchio tollerabile, diventerà poi una parte fondamentale dell'uniforme indie.
Lo stile indie si sforzava talmente tanto nel prendere le distanze da ogni scena attraverso l'abbigliamento, al punto da rifiutare inevitabilmente anche l'etichetta stessa di 'indie'; il problema, però sarà la sua inevitabile connotazione, per difetto,  caratterizzata soprattutto da ciò che rifiutava di essere.